sabato, Dicembre 14, 2019
Learning Italy

Le politiche attive nel report OCSE 2019

Le politiche attive nel report OCSE 2019. Immagine di persone che salgono o scendono una scalinata.

Le politiche attive italiane nel report OCSE 2019. I fondi destinati per le politiche attive del lavoro non passa il report OCSE 2019.

Il rapporto sulla situazione della nostra nazione a riguardo delle politiche attive è il sesto di questo tipo; tratta l’andamento delle politiche attive italiane e del mercato del lavoro, sia a livello nazionale che regionale, e si focalizza sulla riforma del sistema delle assunzioni introdotta dal Jobs Act (che rimane ancora l’ultima riforma in tema di politiche attive e del lavoro). La Jobs Acts, secondo il report, ha ancora bisogno di qualche tempo per risultare effettivamente positiva: le potenzialità per risultare efficace nel lungo periodo ci sono.

La situazione del mercato italiano del lavoro:

  • rispetto a qualche anno fa si comincia a vedere, seppur a fatica, un lieve miglioramento;
  • i fondi destinati a finanziare le politiche attive sono troppo basse rispetto alla media UE. È invece più alta, rispetto alla media dei paesi OCSE, la spesa per le politiche passive, pari al 1,29% del PIL. Una spesa eccessiva se poi si rivela poco efficace (in Italia solo l’8,5% dei disoccupati nel 2016 ha ricevuto sussidi di disoccupazione);
  • la disoccupazione è alta (pari all’11,2%) e bassa è l’occupazione (pari al 50,6% nel 2017). Nuovi sono i dati relativi all’occupazione che si riavvicinano ai livelli pre-crisi (la disoccupazione è invece tra le più alte tra i paesi OCSE).

Le analisi in base al livello di istruzione:

  • la percentuale della popolazione italiana, in età lavorativa (25-64 anni), con istruzione terziaria è la seconda più bassa tra i paesi dell’OCSE;
  • la popolazione con livello di istruzione inferiore a quella secondaria superiore è pari al 39,1%; sempre una delle più alte;
  • circa il 40% degli adulti non risulta qualificata per il proprio lavoro, o perché sovra qualificati o perché non qualificati. A questo corrisponde un alto disallineamento formativo per cui i lavoratori risultano in settori diversi da quelli di specializzazione. Puntare a risolvere questo disallineamento formazione/lavoro potrebbe aiutare ad aumentare la produttività italiana anche del 10%.

I NEET sono un terzo dei giovani italiani

L’Italia ha avuto tra i maggiori aumenti del tasso dei NEET negli ultimi dieci anni, d’altro canto più della metà dei giovani lavoratori di età compresa tra i 15 e i 24 anni ha contratti a termine. Il 40% dei disoccupati è registrato nei Centri per l’impiego, ma senza che da questi arrivi una qualche notifica.

Il ruolo delle Regioni

Il passaggio delle competenze alle Regioni in tema di formazione è iniziato dal 2014, ma a giugno 2018 sono solo 10 le Regioni che si trovano preparate e pronte a offrire servizi adeguati (si legga anche: LA RIPARTIZIONE DELLE RISORSE PER LE IEFP – 2018). Uno degli obiettivi da raggiungere, suggeriti da questo rapporto OCSE, è quindi quello di sviluppare e risolvere le problematiche a livello regionale.

Tra le regioni italiane soltanto nove sviluppano metodi di profilazione per indirizzare adeguatamente i disoccupati iscritti in un centro per l’impiego. Tre buoni esempi sono: il Veneto per garanzia adulti (persone in cerca di un impiego over 50) e per l’assegno per il lavoro (over 35); l’Umbria per quanto riguarda la formazione e gli incentivi all’occupazione; la Lombardia per la dote unica lavoro.

Di particolare interesse è la Provincia Autonoma di Trento che usa uno strumento di profilazione particolarmente efficace: supportato da un sistema IT, e attraverso una raccolta di informazioni che include anche la specifica delle aspirazione dei candidati, il sistema considera 34 variabili per sei aree distinte di dati. Questo è sicuramente un metodo qualitativo/quantitativo da prendere in esempio dalle altre Regioni.

Cosa ne pensi?